1 aprile 2013

Accanto al piattino

Non c’era da fare a cazzotti per infilarsi nel gruppo chierichetti alla chiesa di Ponte al Drago negli anni settanta. Gira che ti rigira eravamo sempre i soliti quattro o cinque sfigati, alla ricerca di una collocazione degna, in quel limbo temporale indefinito che andava dalla Prima Comunione alla Cresima.
Le nostre anime docili gravitavano ancora in orbita chiesa anche se, per il dopo Cresima, era consigliabile sparire dalla congregazione clericale ed elitaria a supporto di don Corrado e rifugiarsi in un più sano e anonimo laicismo.
- Massi te sei di borsa… - fa il Carelli, capo chierichetto per anzianità di servizio.
- Col cazzo, io la borsa l’ho fatta domenica scorsa, io faccio il piattino!
Massi, capello a spazzola faccia da duro, non era uno che ci potevi parlare, era il più grosso e il più stronzo, era lui il capo in pectore. Almeno di se stesso e almeno quando gli andava di venire a messa. E certo trovarsi in sacrestia non fungeva da deterrente al suo eloquio piegato al turpe.
- Va bene, allora, la borsa la fa Ciccio che è arrivato tardi.
La borsa, non ci piaceva, c’era poco da fare. Era per tradizione una menata. Tiriamo via buttarsi tra i parrocchiani alla disperata ricerca di acchiappare tutti gli spicciolini, ma farsi meleggiare dagli amici che, con la fantasia in folle, facevano sempre il gesto ma mai accompagnavano una misera centolire nella borsa, non era certo il primo dei nostri pensieri.
Si sapeva sì di altre parrocchie in cui essere di borsa pareva un privilegio raro. Mentecatti! Qui eravamo a Ponte al Drago, e la borsa faceva schifo quant’è vero iddio.
Ciccio era il mio rivale più duro, quel giorno, per il compito cui tutti noi aspiravamo. A meno di colpi di scena, il Carelli si sarebbe arrogato le prime e le seconde e a me sarebbe toccato accanto al piattino.
- Allora te fai accanto al piattino – mi dice - io le prime, le seconde e il campanello.
Il campanello della genuflessione, altro compito ingrato, doveva suonare nell’istante preciso in cui doveva suonare. Non c’era un suggeritore ufficiale e spesso il pericolo aveva la forma della distrazione, se ti perdevi “Egli offrendosi liberamente” eri bello che fregato. E la domenica dopo, se avevi la faccia di venire, eri di borsa e fine.
Anche essere di piattino ti dava la possibilità di presentarti in un certo modo davanti ai tuoi compagni di classe, braccio destro operativo di don Corrado pronto ad accalappiare le ostie che, malauguratamente fallita la bocca del comunicando, si arrendevano alla forza di gravità cercando la via del suolo.
Però, non avrei voluto essere Massi quando, l’anno prima, un’ostia consacrata, di rimpallo tra le dita del prete e la bocca di una vecchia cadde a terra senza che lui con il suo adorato piattino potesse recuperarla. Don Corrado non perse la calma, raccolse l’ostia, la riportò all’altare, forse la ripose da qualche parte o forse la mangiò lui stesso, terminò la messa e dopo, in sacrestia, ci fece un liscio e busso collettivo che avrei preso più volentieri una scomunica. Chiaramente, a Massi, la cosa gli scivolò di dosso come acqua di doccia.
Quindi il piattino era un concentrato di responsabilità. Non succedeva mai niente, quasi mai niente, ma se succedeva erano cavoli. Meglio evitare.
Poco da dire sulle prime e le seconde. Una serie di mansioni che a svolgerle non era certo necessario un astrofisico. Un aiutino al prete per favorirlo con una sciacquata di dita prima e con una bevuta di vinsanto poi. E una bella ripiegata al tovagliolino di pizzo. Fatte.
Ma accanto al piattino, ragazzi, era una vera bomba, ti permetteva di startene di fianco al prete che comunicava i fedeli, in un’ostentata simmetria, a contrappeso del chierichetto di piattino dall’altro lato.
Era ganzo perché te ne stavi lì, bello e statuario, anche se non eri affatto bello e statuario. Imponente e sicuro, anche se non eri affatto imponente e sicuro. Te ne stavi lì, senza obblighi di sorta, tranquillo e beato, tassello insostituibile di un armonico quadretto. Lì, le braccia conserte, in una posa importante e degna, anche se non eri affatto importante e degno. Te ne stavi lì, a seguire lo snocciolarsi dei parrocchiani linguacciuti e non t'importava un fico secco della borsa che ti aspettava la settimana successiva, non t’importava delle ostie, dell'acqua, del vino e del campanello. E non t'importava un garbato accidente neppure di don Corrado e delle sue eterne omelie. Non t'importava di niente. O quasi.
Eccoci, il coro attacca l’ultimo canto della Comunione, il gruppo dei ragazzi finalmente si accoda alla fila, ci sono tutti i tuoi compagni e le tue compagne di classe. E c’è anche lei.
E tu sei lì con l’atteggiamento dignitoso di chi sta accanto al piattino. Di chi sa di essere accanto al piattino. Inchiodato da un abisso allo stomaco nella tua veste bianca e nera, in attesa degli attimi fatali in cui darai il meglio di te, stampato in un sorriso a volte anche un po’ ebete.
Puoi vederla adesso, quando mancano ancora dieci o dodici persone da comunicare prima che sia il suo turno. È in quest’istante che accanto al piattino sprigiona tutto il suo valore e ti regala un'esplosione di adrenalina e un palpitare intenso. E sono incroci di sguardi, ammiccamenti puri e rimbalzi di pensieri che mai saranno espressi nella vita.
Lei, con il vestito che non le vedi mai a scuola, che occhieggia incerta verso di te, con le braccia lungo i fianchi, quasi buffa con la sua bocca in mistica attesa, e tu lì: potente, incontrastato e radioso. E accanto al piattino.

3 commenti:

  1. Ah, ah, ah, bella, sembra un racconto del giovane John Fante.

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  2. Ma com'è che nessuno commenta questo c a p o l a v o r o?

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  3. Non so perché, ma io Massi me lo immagino con la faccia di Zedda. E anche con quella sua voce un po' fastidiosa che si porta dietro.

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Ma dici a me? Ma dici a me? Ma dici a me? Ehi con chi stai parlando? Dici a me? Non ci sono che io qui...

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