26 maggio 2017

Nel nome il presagio


Una volta ci si faceva fichi impastandosi la bocca con la versione latina della frase, ma adesso che la sa anche il cane...
- Bau, Bau!
- Zitta Juno.
...conviene quasi quasi proferirla in volgare. Che poi certi genitori ti appioppano dei nomi che hai voglia a impegnarti una vita, non ce la puoi fare a garantire una coerenza tra l'appellativo e il tuo modo di essere.
Tipo ti battezzano Salvatore, tanto per dirne uno, sai che palle!
Ma che ti devi salvare in un mondo così. Il Salvatore Salvatore intanto c'è già stato, te che ti puoi mettere a fare?
Se poi cominci a sentir gravare sulle tue spalle il peso del nome può diventare un casino anche solo tirare avanti.
Poi però scopri che c'è davvero un Salvatore che ti salva il culo la capra ed insino i cavoli, una, dieci, cento e mille volte. E allora devi solo toglierti il cappello e ringraziare.
Chiaramente sto parlando de Il Salvatore: Aranzulla, per la precisione.
Cioè questo cristo qui (per rimanere in tema) dovrebbe essere una ONLUS, dovremmo tutti noi potergli donare almeno almeno il cinque per mille.
Che ve lo dico a fare, aprendo il suo sito dovrebbe campeggiare un bel banner con su scritto:

Il 29 aprile le autorità turche hanno bloccato l'accesso a tutte le versioni linguistiche di Aranzulla, ledendo il diritto di milioni di persone di accedere a informazioni di tipo informatico che ti salvano il culo anche e più delle fascette da elettricista. La comunità salvata una, dieci, cento e mille volte da Salvatore esprime la sua solidarietà alla popolazione turca e chiede il ripristino del libero accesso all'Aranzulla.it.
Firma l'appello degli Aranzulliani e diffondi la notizia in Rete.

15 maggio 2017

La mia deriva bio

A parte che quando andavo a scuola io non c'erano manco i Sumeri, secondo me, di sicuro però non c'era l'impronta ecologica.
Infatti come ci dice wiki, è un concetto che nasce nel 1996 (Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact on the Earth - Mathis Wackernagel;  William Rees) e quindi faccio una gran fatica a memorizzarlo, quando mi capita di rinquartarlo tra i compiti di France.
In soldoni (ma qui c'è tutto spiegato a garbo) l'impronta ecologica misura l'area biologicamente produttiva di mare e di terra necessaria a rigenerare le risorse consumate da una popolazione umana (o da uno Stato, una regione, un individuo) e ad assorbire i rifiuti prodotti. Si misura in ettari di superficie.
Per abbatterla ci sono mille modi, ma ne riporterò qualcuno dei più semplici, cosicché possiate applicarvi e dare il vostro contributo al pianeta.
Vi propongo qui un articolo - di parte, per carità! - giusto per un'infarinata su come ognuno di noi potrebbe, in maniera del tutto autonoma e agevole, impattare positivamente su 'sta benedetta impronta, riducendola.
Ne riporto anche alcuni passi per chi non ha voglia di leggerselo tutto:

  • Il 70% dell’acqua utilizzata sul pianeta è consumato dalla zootecnia e dall'agricoltura finalizzata agli allevamenti;
  • la principale causa di deforestazione sono gli allevamenti dei bovini e non il taglio del legname;
  • le sole deiezioni provenienti dagli allevamenti intensivi USA inquinano l’acqua più di tutte le altre fonti industriali raggruppate.

In ogni caso e per par condicio possiamo anche continuare a mangiare carne, avvalendoci persino di ottimi e inconfutabili motivi qui e davvero avremo tanta salute.

Per quel che mi riguarda, cercherò di vegetarizzarmi il più possibile (no vegan, che devo gestire anche il mio aspetto burrariano). La settimana scorsa ho messo in fila 5 giorni cinque di vegetarismo assoluto. Non è stato proprio facile, cazzo, devi tener conto di un sacco di tempo per cucinare e stanziare un budget più alto di spesa (o sono incapace io, o devo solo prenderci la mano), ma mi ha fatto bene, alla fine. Fisicamente non so, ma psichicamente di sicuro.
Con questo, continuerò a concedermi della carne (buona!), credo, ma sarà come fosse un premio.


10 maggio 2017

E alla fine arriva Sordi

Quando cerchi qualcosa da far vedere a tuo figlio (e da rivedere per te), non dico di epocale, ma che almeno aggiunga qualcosa alle vostre vite, quando peschi a strascico nel multiverso cinematografico che va da Fantozzi fino a Mad Max, da Luke Skywalker fino a Danny Ocean, da John J. Rambo fino a Sarah Connor, alla fine arriva Sordi.
È normale, non ci si deve preoccupare, rientra nell'ordine naturale dei fenomeni esistenziali ripassare un po' d'italianità con l'albertone.
Siamo partiti da Guglielmo il dentone (regia Luigi Filippo D’Amico – terzo episodio del film I complessi), così come antipasto.
(Ma quant’è bella Gaia Germani! E pure le Kessler: due strafighe!)
Vabbè, torniamo a noi, gli do il via e France fa “Ah, ma è in bianco e nero?”
Penso, vai ora me lo stronca e mi tocca ripiegare sul professor dottor Guido Tersilli.
“Ganzo!” invece fa.
Ecco, alla fine è questo che mi ha fatto pensare.
Il fatto che un ragazzino di 12 anni associ il bianco e nero televisivo alla qualità, o alla ganzitudine insomma.
Quindi non è solo una questione di nostalgia canaglia, voglio dire.
Del resto gli Stanlio e Ollio e i Miss Marple non è che siano da buttare, e questi li avevamo già proiettati tempo addietro.
Magari invece è solo la novità, o il fatto che i porcai in bianco e nero dell’epoca nessuno se li va a cercare anche se c’erano lo stesso, ma io preferisco pensare che in quel tempo ci fosse più attenzione alla qualità, e le cose fossero pensate e fatte per essere belle e per durare (persino i film).

7 maggio 2017

1984 - George Orwell, e chi se no?

Nel 1984 dormivo, cullato dalla beatitudine dei vent'anni e da un insalubre edonismo reaganiano, quando andava in fact checking il libro forse più noto di quel pazzo visionario che fu George Orwell.
Scritto nel 1948 il romanzo (trad. Stefano Manferlotti) - in realtà e ovviamente è ben più di un romanzo - è una roba che fa venire i brividi. Un'opera d'arte, un pezzo unico.
Certo non ho le capacità di parlarvene in termini critici, posso solo dirvi che se sta nelle liste dei libri che dovremmo leggere prima di crepare, beh un motivo c'è.
Mi limito a riportare una delle parti che mi hanno più colpito.
Leggetelo tutto, comunque, non aspettate il 4189!

La manipolazione del passato ha però uno scopo di gran lunga più importante: salvaguardare l'infallibilità del Partito. Discorsi, dati statistici e documenti di ogni genere debbono essere continuamente aggiornati per dimostrare innanzitutto che le previsioni del Partito erano sempre e comunque giuste, ma anche perché non è possibile ammettere cambiamenti di dottrina o di linea politica. Cambiare opinione, o addirittura linea politica, è infatti un segno di debolezza. Volendo fare un esempio, se l'Eurasia o l'Estasia (è del tutto indifferente che si tratti dell'una o dell'altra) è il nemico di oggi, allora quella nazione deve essere sempre stata nemica. E se i fatti lo negano, bisogna cambiare i fatti. In tal modo la Storia viene continuamente riscritta. L'attuale falsificazione del passato posta in essere dal Ministero della Verità è indispensabile alla stabilità del regime allo stesso modo in cui lo è l'attività di repressione e spionaggio portata avanti dal Ministero dell'Amore. La mutabilità del passato è il cardine stesso del Socing. Gli eventi trascorsi, si argomenta, non posseggono un'esistenza oggettiva, ma sopravvivono solo nei documenti scritti e nella memoria degli uomini. Il passato è quanto viene riconosciuto dai documenti e dalla memoria dei singoli individui. Ora, poiché il Partito detiene a un tempo il controllo integrale di tutti i documenti e delle menti dei suoi affiliati, ne consegue che il passato è ciò che il Partito decide essere tale. Ne consegue pure che, sebbene il passato sia modificabile, non esiste un caso specifico che porti il segno di questo mutamento. Infatti, una volta che sia stata data al passato la forma ritenuta necessaria nel momento contingente, la nuova versione dei fatti è il passato, e non può mai esserne esistito uno diverso. Ciò vale perfino nei casi in cui, come spesso accade, il medesimo avvenimento deve essere radicalmente modificato più volte nel corso di un anno. Il Partito è in ogni circostanza il detentore dell'assoluto, e l'assoluto non può mai essere diverso da ciò che è in quel dato momento. Si vedrà che il controllo del passato dipende soprattutto da una sorta di addestramento della memoria. Fare in modo che tutti i documenti scritti siano conformi all'ortodossia del momento è un atto puramente meccanico. È però anche necessario ricordare che gli avvenimenti specifici hanno avuto luogo in quel modo desiderato. Se poi si deve dare un nuovo ordine a ciò che si ricorda o falsificare i documenti scritti, diviene necessario dimenticare di aver agito in quel modo. Si tratta di uno stratagemma che può essere appreso come qualsiasi altra tecnica mentale. Certamente lo apprendono quasi tutti i membri del Partito e tutte le persone intelligenti e perfettamente osservanti dell'ortodossia. In archelingua un simile procedimento viene definito, in maniera affatto esplicita, "controllo della realtà"; in neolingua viene detto bipensiero, anche se questo termine abbraccia molto altro.
Il bipensiero implica la capacità di accogliere simultaneamente nella propria mente due opinioni tra loro contrastanti, accettandole entrambe. L'intellettuale di Partito sa in che modo vanno trattati i suoi ricordi. Sa quindi di essere impegnato in una manipolazione della realtà, e tuttavia la pratica del bipensiero fa sì che egli creda che la realtà non venga violata. Un simile procedimento deve essere conscio, altrimenti non potrebbe essere applicato con sufficiente precisione, ma al tempo stesso ha da essere inconscio, altrimenti produrrebbe una sensazione di falso e quindi un senso di colpa. Il bipensiero è l'anima del Socing, perché l'azione fondamentale del Partito consiste nel fare uso di una forma consapevole di inganno, conservando al tempo stesso quella fermezza di intenti che si accompagna alla più totale sincerità. Raccontare deliberatamente menzogne e nello stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall'oblio per tutto il tempo che serva, negare l'esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile. Perfino quando si usa la parola bipensiero è necessario ricorrere al bipensiero. Nel farne uso, infatti, si ammette di manipolare la realtà, ma con un novello colpo di bipensiero si cancella questa consapevolezza, e così via, all'infinito, con la menzogna in costante posizione di vantaggio rispetto alla verità. In fin dei conti, è per mezzo del bipensiero che il Partito è riuscito (e, per quanto ne sappiamo, una simile impresa potrebbe andare avanti per migliaia d'anni) ad arrestare il corso della Storia.

3 maggio 2017

La vita è adesso

Sulla Linea dissertiamo ancora senza costrutto alcuno su felicità, ospitando il contributo di una fedele amica.

Ma questo Baglioni è qualcosa in più di una rima coi suoi attributi oppure no? Questo mi chiedevo ascoltandolo in radio.
I pomeriggi appena freschi, l'aria tenera di un dopocena, e musi di bambini contro i vetri, non sta forse tutto qui? In queste trite vacuità?
E non lasciare andare un giorno, questa è la meglio di tutte.
Alla fine che ci dice questa canzone? Ci butta in faccia delle banalità spaventose, ci esorta a vivere il presente e ci consiglia di godere delle piccole cose. Insomma ci dice di prenderla come la prendo io.
Per davvero, senza falsa modestia, in questo campo, con queste regole, io sono maestra.
Ogni momento vissuto come unico, anche quando è la ripetuta esecuzione di un gesto, di un rito quotidiano.
Godersi una passeggiata, gioire di un regalo semplice da portare ad un amico, foss'anche un paio di brutte scarpe o un giocattolino di legno.
Svenire per una carezza. Non sta forse tutto qui?
Se ne vedono troppi di brutti musi in giro, di quelli che mai un sorriso, di quelli sempre girati, di quelli che è sempre lunedì.
Ringraziare ogni giorno per la libertà di andare, di correre via senza legacci e mandare un pensiero a quelli come noi che ci hanno preceduti e hanno combattuto per la libertà spezzando le catene.
Oddìo, La retorica mi sta uccidendo.
E sì, Baglioni alla fine dei salmi cantati ce la racconta giusta eccome.
La vita è adesso, così è se vi pare.
Ma forse non lo sapete, se non avete corso a perdifiato, disegnando i ghirigori del mondo, in un campo d'avena selvatica.
La vita è adesso, e lo potete abbaiare forte.
Bau.

27 aprile 2017

Piedi nei calzini



Un minuto prima stai bene e un minuto dopo cominci a sentire i piedi nei calzini.
E non esiste più nulla. Il lavoro, lo svago, le chiacchiere, il cibo e tutto, insomma, si fa sfumato sullo sfondo, in primo piano solo i piedi nei calzini.
E per quanto cerchi d'ignorarla questa sensazione fastidiosa, lei se ne sta lì in agguato e in mostra, come quel cretino che ti fa i versi davanti all'obiettivo quando devi fare una foto del palazzo reale.
Niente è più distinguibile dai tuoi sensi, solo i tuoi fottuti piedi nei tuoi fottuti calzini riesci a sentire.
Devi pensare ad altro, devi pensare ad altro.
Rifrulli il calderone della memoria e tiri fuori di tutto, dalla neve a casa vecchia a Gigi Riva in rovesciata, dai funghi porcini di Badia alla doppietta segnata di testa, dal primo amore scolastico alle poppe della farmacista, dalle macchinine della Polistil al Rischiatutto, da Tom Sawyer a Dolores Haze, dall'odore della benzina a quello di cane molle, dal cofanetto di caramelle Sperlari alla Billy dell'Ikea, da Thoeni in Val Gardena alla Schiavone a Parigi.
Ma nulla di tutto questo riesce a rispedire i piedi nei calzini nella vaghezza indistinta e rassicurante dell'anonimato.
Allora ci scrivi un post, giusto per esorcizzare, per distrarti, ma nulla.
I tuoi piedi si asserragliano ancora più strenuamente all'interno dei calzini. Sono agguerriti. E tu li senti i maledetti piedi nei calzini.
È uno status fisico che può, nel suo acme, perfino prescindere dagli stessi calzini.
E così li senti i piedi nei calzini, per dire, pure se stai scalzo o con le infradito hawaiane da troppi euri.

21 aprile 2017

Scrivere nel passato (remoto)


Non ne posso già più delle storie infarcite di cellulari, di social e di tutte quelle moderne diavolerie.
Per carità, benissimo per la realtà reale e per tutti i lestofanti che l'avrebbero fatta franca un secolo fa e invece adesso restano impigliati nelle maglie digitali e regolarmente beccati.
Ma per la fiction no, non ce la fo mica, mi viene l'orticaria.
Bene Perfetti sconosciuti, visto e piaciuto, ma anche basta.
Io voglio godermi delle storie, lette o viste, dove per ricevere una telefonata devi restare inchiodato all'apparecchio e nei pressi del suo fottuto filo che sbuca dal muro.
Voglio vedere il cazzo di protagonista sanguinante che si trascina per dei chilometri in caccia di un posto pubblico per telefonare, voglio che si frughi in tasca alla ricerca di qualche spicciolino che gli salvi il culo.
Altro che flat e 500 sms gratuiti.
Mi voglio immedisimare in tempi e luoghi dove il telefono senza fili è ancora e soltanto quello stupido gioco da fare a tavola nei dopocena un po' bevuti, quando il primo della catena bisbiglia La Coca Cola fa fare i rutti e all'ultimo gli arriva immancabile L'Eleonora la dà a tutti.
Voglio un mondo raccontato dove pullulano gli Overlook hotel isolati da tutto. Voglio un bosco dove ti puoi far azzannare in santa pace da un orso senza che tu debba rompere le palle ai tuoi contatti in rubrica per venirti a pigliare, voglio un amore tra due disperati confinati agli angoli del globo che si sviluppa a colpi di lettere scritte a mano, meglio se vergate con la stilografica. Voglio della gente che cucina spulciando un vecchio ricettario macchiato e rilegato con lo spago.
Voglio una fiction whatsapp free, dove ci siano delle foto da sviluppare e dove i messaggi vocali si lascino al massimo dentro al buco nero di una segreteria.
Oppure mi date una storia con tutta sta roba digital, ma che sia stata pensata e scritta cinquant'anni o più fa, allora va anche bene.

p.s. poi voglio anche conoscere l'Eleonora.
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